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Obelischi

 


Roma è la città che in assoluto esibisce il maggior numero di obelischi. Attualmente ve ne sono tredici, anche se, la leggenda vuole che ce ne sia un quattordicesimo sepolto nei pressi della chiesa di San Luigi dei Francesi in Roma.
Tutti vennero trasportati dall’Egitto, ma alcuni di essi vennero completati nella decorazione dopo il loro arrivo a Roma.
Dei tredici obelischi: sette recano iscrizioni dall’origine, due vennero fatti incidere da imperatori romani, uno fu inciso in epoca tarda con iscrizioni pseudo-egizie, i rimanenti sono anepigrafi, vale a dire privi di iscrizioni.

Gli obelischi si impongono non solo per la loro forma affusolata ed elegante, ma anche per l’alto grado di raffinatezza delle  iscrizioni. Il senso di ammirazione aumenta qualora si consideri che gli antichi Egizi nel produrre tali monumenti utilizzarono tecniche ancora molto primitive.
La maggior parte dei monoliti, specie quelli di dimensioni maggiori, sono di granito ma se ne trovano anche in quarzite e basalto. Il vocabolo egiziano che indica il granito, specialmente quello rosso, è “mat”. Questo tipo di marmo, sia rosso che nero, si trova in Egitto, soltanto nell’area circostante Aswan. Venne estratto da numerosi siti, ma le cave più importanti furono senza dubbio quelle delle isole di Elefantina e di Seheil a sud di Aswan e quelle di Shellal di fronte all’isola di File.
Per estrarre dalle cave gli immensi monoliti, gli egiziani avrebbero usato uno strumento simile al nostro trapano, munito di una specie di fresa in pietra o in bronzo, la cui azione abrasiva era molto aumentata dall’uso della sabbia. Una delle operazioni più delicate per la rimozione consisteva proprio nel distacco delle fiancate del monolito. Una volta separato dalla roccia madre cominciava il lavoro per trasferirlo dalla cava
sul terrapieno sopra l’obelisco doveva essere trascinato e fatto scendere fino alle rive del Nilo.
Non è noto il punto in cui gli obelischi raggiungevano il fiume, con molta probabilità, il punto di attracco si trova ora occupato dalla città moderna. Non possediamo, inoltre, nessun dato relativo alle operazioni di imbarco che comunque immaginiamo complicate, una volta issato sulla zattera, galleggiando, l’obelisco iniziava il suo viaggio verso la destinazione.
L’operazione di innalzamento avveniva per mezzo di un terrapieno,  la progressiva eliminazione della sabbia sulla quale era adagiato consentiva di farlo scendere sulla sua base. Molto spesso capitava che l’obelisco si spezzasse nel corso di queste lunghe e delicate operazioni.
Ai problemi tecnici riguardanti l’estrazione e l’innalzamento degli obelischi si aggiunge quello della loro decorazione. Dopo l’estrazione dalla roccia, il monolito veniva fissato sopra una slitta dove rimaneva immobilizzato fino al momento di essere eretto su un basamento. Tre lati soltanto erano disponibili per la decorazione, sia che essa avvenisse in cava sia in un’officina dipendente dai lavori reali.
E’ poco verosimile che la decorazione di tutti e quattro i lati venisse differita fino a quando l’obelisco fosse stato eretto, tuttavia fino a quel momento un lato rimaneva inaccessibile.
La levigatura della superficie del monolito era ottenuta mediante picchiettatura e sfregamento di ciottoli di diorite.    


per Roma Sotterranea, Samantha Lombardi