Domus Aurea

 


Il ninfeo, un tempo ricoperto di una lamina d'oroPer nove giorni il fuoco infuriò in città. Divampato dal Circo Massimo, l’incendio distrusse tre delle quattordici regiones di Roma e ne danneggiò gravemente altre sette. Era il 64 d.C., decimo anno del regno di Nerone, l’imperatore accusato da una storiografia avversa e un po’ bugiarda di essere il responsabile dell’incendio e di aver indossato il costume teatrale per cantare, di fronte alla città in fiamme, la distruzione di Troia. In realtà anche se l’imperatore fece le spese della catastrofe: la sua splendida dimora, la Domus Transitoria (così chiamata perché collegava le dimore del Palatino ai giardini mecenantiani dell’Esquilino) andò in gran parte distrutta.

All’indomani dell’incendio, Nerone dette il via a una delle più imponenti ristrutturazioni urbanistiche che la Roma antica ricordi e, dopo aver espropriato molti terreni privati, dette incarico agli architetti Severo e Celere di costruire una nuova, grandiosa residenza imperiale, la Domus Aurea. I due architetti, “il cui estroso ardire – secondo Tacito- giunse a creare con l’arte e lo sperpero delle ricchezze del principe bizzarrie che andavano contro le leggi della natura” portarono a termine il loro lavoro in soli quattro anni: un enorme insieme di edifici che si estendeva per ottanta ettari dal Palatino al Celio, all’Esquilino alla Velia sino a formare una sorta di grande anello attorno alla valle dove, anni dopo, sarebbe sorto il Colosseo. Sul Palatino, da sempre luogo di residenza dell’aristocrazia romana e degli imperatori, Nerone ebbe il suo splendido palazzo, mentre sul colle Oppio fece costruire un padiglione dove i suoi ospiti potevano passeggiare e banchettare ammirando pitture e opere d’arte. All’interno degli edifici, secondo Svetonio, “tutto era coperto d’oro, ornato di gemme e conchiglie. Le sale da pranzo avevano i soffitti coperti da lastre d’avorio mobili e forate in modo da permettere la caduta di fiori e profumi; la più importante era circolare e ruotava continuamente, giorno e notte, come la Terra. I bagni erano forniti di acqua marina e solforosa”.

Al centro della valle Nerone fece realizzare lo Stagnum Neronis, un grande lago artificiale, “quasi un mare”. Gli edifici che si affacciavano sullo stagnum erano collegati tra loro da vigneti, pascoli e boschi popolati da animali domestici e selvatici. Sulla Velia, nel grande vestibolo della domus, si ergeva il Colosso: una statua di bronzo alta più di 35 metri raffigurante Nerone con gli attributi del Dio Sole, con un globo in mano e una corona formata da sette raggi, ognuno lungo sei metri.

La dimora neroniana si rifaceva evidentemente a modelli ellenistici, alle regge dei “re divini” che dominavano il Vicino Oriente e che entravano progressivamente nell’orbita di Roma. La costruzione della Domus Aurea non era quindi espressione della megalomania del sovrano ma un vero e proprio gesto politico. Che Nerone amasse il “linguaggio” politico ellenistico era già apparso chiaro quando, per impressionare Tiridate, il re d’Armenia in visita a Roma, fece ricoprire d’oro l’intero teatro di Pompeo. La domus fu quindi solo l’apice di una politica monarchica chiaramente impostata.

La presenza di una residenza carica di tali significati proprio nel centro dell’Urbs e a pochi passi dal Foro non poteva però non turbare l’aristocrazia senatoria che alle tendenze monarchiche degli imperatori opponeva i valori dell’antica Roma repubblicana. Subito la Domus Aurea divenne l’invisa domus e suscitò aspre critiche. Svetonio ci racconta che in città circolava un detto sarcastico: “Roma è ormai una sola casa; migrate a Veio, o Quiriti, se questa casa non occuperà anche Veio!”. In realtà, più che una casa, la Domus Aurea doveva ricordare – anche se in scala molto maggiore - le sfarzose ville della Campania, di Baia, il più esclusivo luogo di villeggiatura dell’aristocrazia romana. E fu forse con un occhio alla luce del sole campano che Severo e Celere crearono una reggia che peri suoi giochi di luce era degna di quel dio Sole che Nerone voleva essere.

Il Tempio della Fortuna, inglobato nella domus, venne ricostruito con alabastro della Cappadocia in modo che, come ci racconta Plinio, “grazie alla pietra, anche quando le porte erano chiuse c’era dentro ad esso un chiarore come del giorno”. La luce del sole, riflessa nel lago artificiale, inondava gli edifici e il grande portico del padiglione del Colle Oppio per andare a rifrangersi sull’oro che ricopriva gli stucchi dei soffitti.

L'Aula Ottagona, come si presenta oggiE’ con questa luce negli occhi che oggi dobbiamo avviarci alla vista di quel padiglione, unico superstite della Domus Aurea, salvatosi solo perché inglobato da Traiano nelle fondamenta delle sue terme. L’antico palazzo della luce è oggi avvolto dalla totale oscurità e non è facile, entrando in una buia galleria, immaginare che il muro obliquo che vediamo di fronte a noi era la base del luminoso porticato. Fatti pochi passi, dobbiamo “vedere”, attraverso gli spessi muri di mattoni, il grande cortile che costituiva il fulcro dell’area occidentale del padiglione e al cui centro si trovava una fontana dove l’acqua zampillava sotto il bagliore del sole.

Nel vicino ninfeo di Ulisse e Polifemo – una vera e propria grotta artificiale con la volta ornata da finte concrezioni calcaree – la luce proveniente dal cortile e dal porticato si univa a quella che scendeva dall’alto di un corridoio aperto e si rifletteva sullo specchio d’acqua alimentato da una piccola cascata. Su un lato del ninfeo si affaccia l’unica statua ritrovata nella domus: la musa della poesia lirica, Tersicore, che ci rammenta i gusti grecizzanti dell’imperatore. Le fonti ci dicono però che ben altre statue adornavano la magnifica dimora, come gli originali in bronzo del Galata suicida e del Galata morente che, dopo aver abbellito per tre secoli l’Acropoli di Pergamo, furono fatte portare a Roma da Nerone, o di quel Laocoonte il cui ritrovamento nel 1506 segnò un punto di svolta per la scultura rinascimentale.

Lasciando la parte occidentale della domus, quella più tipicamente romana, si passa nel padiglione orientale, dove l’estro architettonico di Severo e Celere raggiunse i risultati più spettacolari. La Sala della volta dorata, uno degli ambienti principali della domus neroniana originalmente affacciato su un grande cortile pentagonale, è sovrastata da una grande volta a botte ornata da splendide pitture e da cornici di stucco anticamente ricoperte da una lamina d’oro. Sulla malta delle pareti rimangono le tracce dei marmi che le rivestivano, con l’aiuto dell’archeologia dobbiamo allora immaginare il rosso del marmo del Tenaro, il giallo di quello numidico, il bianco del pentelico, le venature violacee del pavonazzetto, il verde del serpentino e il rosa del portasanta brillare sotto la luce che entrava nel cortile.

L'Aula Ottagona, in una ricostruzione 3DE’ seguendo questo immaginario gioco di luci e colori sulle pareti dipinte che si giunge al vero cuore della Domus Aurea: la Sala ottagona e le adiacenti sale di Achille a Sciro e di Ettore e Andromaca. Se queste ultime conservano ancora alcune delle più belle pitture della domus, è nella Sala ottagona, centro fisico e ideale dell’edificio, che possiamo cogliere la magnificenza della reggia neroniana.

Una grande volta in calcestruzzo, forata da un “occhio” dal quale piove la luce, pare poggiare miracolosamente su esili pilastri che nascondono alla vista i grossi muri di sostegno. Una sala di tale forma era una novità assoluta per l’architettura romana e stavolta il riferimento ideale non va più cercato nella Grecia ellenistica, ma ancora più a oriente, nel modo siriano e partico, in quel grande impero multietnico che pare aver costituito il nuovo modello dell’ideologia monarchica neroniana. Qualcuno ha voluto vedere nella Sala ottagona la coenatio rotunda dalla volta girevole di cui ci parla Svetonio; in realtà le analisi archeologiche hanno smentito questa ipotesi e suggeriscono si trattasse di una sala destinata a contenere opere d’arte, esposte alla vista degli ospiti che banchettavano nelle piccole salette disposte intorno all’ottagono centrale. Nel 2009 si è voluta identificare la coenatio rotunda nell'ambiente ritrovato sul Palatino grazie ad alcuni scavi eseguiti nell'area della cosiddetta Vigna Barberini.

E’ dal cuore della domus che ritorniamo sui nostri passi, seguendo ora il buio creato dalle spesse pareti in mattoni delle fondamenta delle Terme di Traiano. Quando nell’anno 104 Apollodoro di Damasco fu incaricato di costruirle, eliminò l’intero secondo piano del padiglione e frazionò tutti gli spazi con grandi gallerie dalla volta a botte riempiendole di terra, così da formare un solido basamento per i nuovi edifici. Muri e pavimenti vennero spogliati dei marmi preziosi, ogni finestra fu chiusa; da allora la dimora della luce fu condannata all’oscurità.

Ma Traiano non fu il primo a distruggere la domus. Dopo la morte di Nerone, avvenuta nel 68 d.C., solo Otone e Vitellio, imperatori effimeri, vi abitarono per qualche tempo. Già nell’80 d.C., in virtù di una politica populista e avversa a quella neroniana, venne inaugurato l’anfiteatro Flavio, eretto proprio dove trovava lo Stagnum Neronis; la nuova costruzione ebbe poi il nome di Colosseo proprio per la sua vicinanza al Colosso di Nerone. Nello stesso anno nella parte settentrionale della valle vennero inaugurate le terme di Tito. Nel 92 Domiziano aprì il suo nuovo palazzo sul Palatino, sorto al di sopra di quello neroniano. Nel 104 il padiglione sul colle Oppio fu devastato da un incendio e Apollodoro di Damasco iniziò i lavori alle Terme di Traiano. Nel 135 Adriano, volendo costruire il Tempio di Venere a Roma, spostò il colosso più vicino all’anfiteatro (per muoverlo ci vollero ben 24 elefanti). Una cinquantina di anni più tardi Comodo sostituì il suo volto a quello di Nerone e dopo la sua morte la statua divenne una raffigurazione del Sole, fino a quando non fu distrutta durante le invasioni gotiche.

Particolare di un affresco Con la scomparsa del Colosso si perse l’ultimo ricordo della domus di Nerone, dimenticata per secoli. Bisognerà attendere la fine del XV secolo per ritrovarne le tracce, quando i primi visitatori iniziarono a entrare nelle sale della domus, ormai sotterranee. Artisti come il Ghirlandaio, Pinturicchio, perugino e Filippino Lippi si avventurarono nelle “grotte” per ammirarne le pitture, lasciando le loro firme incise sulle volte. Ecco che allora le decorazioni della domus riacquistarono vista sotto forma di quelle “grottesche” che popolano pilastri e pareti di tante opere rinascimentali. Artisti e curiosi continuarono a entrare nelle sale della domus sino alla fine del XVII secolo, poi, di nuovo, il buio. Fu alla metà del XVIII secolo che le visite alla domus iniziarono nuovamente con intenti di carattere archeologico, dando inizio alla lunga riscoperta che è giunta sino a noi.



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