Ipogeo di Via Dino Compagni

 


Il quartiere Appio Latino visse il suo periodo di massima urbanizzazione dalla metà degli anni '30 fino all'inizio degli anni '60 quando, i nuovi piani regolatori, non tennero conto che questa zona, in antichità fuori dalla cinta muraria ed attraversata da diverse vie consolari, era notevolmente ricca di ambienti cimiteriali ipogei. E' facile quindi immaginare quanti di questi, venuti alla luce durante i lavori di costruzione dei moderni edifici, furono occultati o distrutti.

Ipogeo di Via Dino CompagniNel 1956, la stessa sorte stava per toccare all'ipogeo di via Dino Compagni; mentre si stavano realizzando le fondazioni di alcuni edifici residenziali, il terreno crollò e venne alla luce questa struttura sotterranea, ma i lavori andarono avanti. Solo in seguito, a lavori praticamente ultimati, il responsabile del cantiere informò del ritrovamento la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Seguendo le indicazioni dell'Ing. Santa Maria, il responsabile Antonio Ferrua fece scavare un pozzo di 16 metri e, calatosi all'interno, constatò la presenza di un ipogeo e degli ingenti danni provocati dai lavori sovrastanti: il crollo di parte degli intonaci, provocato dai pilastri di fondazione che avevano invaso alcuni ambienti, e danni di improvvisati tombaroli che avevano cercato di trafugare le pitture staccatesi dalle pareti. Nonostante tutto questo, dopo una lunga opera di recupero e restauro, ci si rese conto della bellezza delle sue pitture e delle sue policrome e variegate decorazioni, tanto che molti studiosi dell'arte paleocristiana, l'hanno definita la "pinacoteca del IV secolo".

Questo cimitero privato, in cui sono presenti circa quattrocento inumazioni, si trova ad una profondità variabile (tra i 10 e i 18 metri) ed è formato da due gallerie parallele di 30 metri, distanti circa 18 metri l'una dall'altra, tagliate perpendicolarmente da un corridoio di oltre 40 metri, intorno a cui si dispongono ampi cubicoli forniti di camere, nicchioni ed arcosoli, ai quali sono collegati ambienti poligonali con camere dipendenti da ciascun lato. Elementi decorativi quali stucchi, colonne e modanature, particolarmente curati, sono distribuiti con una certa abbondanza.
Ipogeo di Via Dino CompagniLe maestranze che vi lavorarono non utilizzarono solo i vani principali per eseguire le loro opere ma, in un tripudio di colori e una varietà di soggetti che non ha eguali, utilizzarono pareti laterali e d'ingresso, colonne, timpani, architravi e zoccolature; ovunque sono dipinte ghirlande, fiori, genietti, uccelli, amorini ed animali; anche le volte degli ambienti non fanno eccezione, lavorate a cassettoni con mattonelle di varie figure geometriche. Benché non si conosca chi commissionò questa struttura, vista la totale assenza di epigrafi, si sa che fu utilizzata per un cinquantennio, fino al 360 d.C., in quattro fasi successive da famiglie strettamente imparentate tra loro, il che spiegherebbe come tutto il monumento risponda comunque a criteri di unitarietà.

Anche in questo monumento, come in altri nelle vicinanze, si assiste alla tumulazione nel medesimo cimitero di pagani e cristiani ed è questo il motivo della straordinaria eterogeneità delle raffigurazioni pittoriche che, oltre immagini chiaramente cristiane, accosta soggetti desunti dalla vita quotidiana ed immagini simboliche, come le finte porte, aperte come rappresentazione dell'ingresso nella vita ultra terrena, e quadri, ispirati alla mitologia pagana. Alcune di queste immagini restano a tutt'oggi di difficile interpretazione, come quella della cosiddetta "lezione di medicina o di filosofia", in cui alcuni personaggi in tunica e pallio ne circondano un altro vestito come un filosofo greco, che mostra il corpo di un bambino sdraiato a terra. Un altro punto interessante da sottolineare per quello che riguarda, in questo caso, le cappelle cristiane è che, oltre a temi comuni all'iconografia cimiteriale, sono eseguiti soggetti fino ad ora senza esempi, come Mosè salvato dalle acque, Assalonne pendente dalla quercia, lo zelo di Fines e molti altri.

Ipogeo di Via Dino CompagniL'antico ingresso è oggi ostruito da una costruzione recente; si accede all'ipogeo da un tombino posto nel marciapiede in via Dino Compagni. Dopo una lunga scalinata si entra in una galleria su cui si aprono una serie di cubicoli, decorati con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, come la caduta di Adamo ed Eva e Noè ubriaco. Poco più avanti, tramite scale, si accede a un vestibolo su cui si aprono altri due cubicoli. Uno di questi, il primo a essere visitato al momento della scoperta, oggi definito della Tellus, la dea simbolo della terra, in origine fu erroneamente interpretato come la morte di Cleopatra; questo perché nell'arcosolio di fondo è rappresentata una figura femminile, distesa su un campo di grano e papaveri con un serpente attorcigliato al braccio sinistro.

Ipogeo di Via Dino CompagniDal lato opposto del vestibolo, nell'altro ambiente di forma ovale, sono presenti temi cristiani originali, come Sansone che uccide i Filistei con una mascella d'asino. Proprio questo cubicolo, con la sua particolare pianta ellittica che trova rari confronti nel panorama catacombale romano, viene da alcuni considerato una sorta di manifesto dell'arte del periodo costantiniano in cui, sul sostrato delle tradizioni precedenti, s'insinuano nuove idee dettate da un nuovo ordine sociale e spirituale.

Proseguendo più avanti si dipartono altre due gallerie, una con loculi, l'altra con scale che conducono a un pozzo. Nell'ultima fase costruttiva fu realizzato un ambulacro in direzione ovest che conduce a un vestibolo a pianta esagonale con colonne angolari e volta a vela. Su questo vestibolo si aprono due ambienti, uno a pianta esagonale ed uno a pianta quadrata, e due arcosoli. La galleria prosegue fino all'ultimo ambiente: un cubicolo quadrato con volta a botte e nicchie laterali, separato dagli ambienti precedenti da una transenna di marmo. Quest'ultima tomba si differenzia dalle altre per la presenza preponderante di marmi, per la solarità delle rappresentazioni, con serti di fiori e spighe e per la presenza in larga parte d'immagini femminili, tra cui spicca, nel sottoarco dell'arcosolio, quello di una giovinetta, forse la defunta, dai grandi occhi scuri ed i capelli raccolti dietro la nuca.

L'ipogeo, quindi, può essere collocato al punto estremo della pittura funeraria paleocristiana e segnare l'incipit delle nuove tendenze espressive che si diffonderanno lungo le navate delle basiliche cristiane.

Bibliografia:
  • Pasquale Testini, Archeologia cristiana, Edipuglia, 1980
  • Leonella De Santis, I segreti di Roma sotterranea, Newton Compton Editori, 2008
  • Barbara Mazzei, Porte e scene d'ingresso nella cultura figurativa della tarda antichità, Università Roma tre

per Roma Sotterranea, Alessio Lo Conte