Catacombe di Priscilla

 


Regolarmente aperte al pubblico, le catacombe di Priscilla sono uno dei più antichi cimiteri sotterranei di Roma. Qui le prime sepolture sono datate alla prima metà del II secolo d.C e sono tra le poche catacombe di cui si vede ancora chiaramente lo sviluppo dei corridoi in una cava di pozzolana abbandonata e il riutilizzo di ambienti idraulici ipogei.
Situate nel tratto della Via Salaria che costeggia il parco di Villa Ada Savoia, al civico 430, corrispondente al III miglio della Via Salaria Antica, furono realizzate in una zona dove si svilupparono molti altri ipogei sepolcrali: quelli di Pànfilo, Sant'Ermete, Santa Felìcita, di Trasone, dei Giordani, di Via Anapo, e furono identificate grazie ad un autorevole testo cristiano dell'inizio del IV secolo d.C., la "Depositio Martyrum" che enumera i grandi personaggi che vi erano stati sepolti. Trovarono qui riposo papa Marcellino e papa Marcello, uccisi durante le persecuzioni di Diocleziano, numerosi martiri tra i quali Felice e Filippo, Pudenziana e Prassede, Mauro e Simetrio, e altri 360 martiri anonimi, infine papa Silvestro, a cui fu dedicata la chiesa soprastante le catacombe.
Grazie a molte iscrizioni ritrovate nel nucleo primitivo delle catacombe è possibile risalire alla fondatrice Priscilla, una nobile matrona romana vissuta nel II secolo; essa sarebbe stata una stretta parente - presumibilmente la moglie - di un discendente di Manio Acilio Glabrione, il console dell'anno 91 d.C., che fu arrestato durante la persecuzione di Domiziano. In un'epigrafe, Priscilla viene definita "Clarissima Fœmina" con l'appellativo riservato ai membri delle famiglie dei senatori.
 E' ipotizzabile che Priscilla fosse una persona di grande notorietà anche in vita, dato che le catacombe presero direttamente il suo nome, senza ulteriori rimandi alla gens Acilia, che in questo cimitero possedeva il più grande ipogeo, ad essa intitolato.
Il nucleo primitivo delle Catacombe di Priscilla è identificato nel cosiddetto Criptoportico, una struttura ipogea che faceva parte di una costruzione di proprietà degli Acilii: da qui si diramano gli estesi corridoi, sviluppati su due piani sovrapposti, che portarono questo cimitero cristiano a diventare nel corso dei successivi secoli III e IV uno dei più grandi di tutta Roma, con circa 13 chilometri di gallerie. Il piano inferiore fu progettato scavando fitti corridoi a spina di pesce, elemento che fa ritenere che i costruttori, una volta scesi di livello, scavarono seguendo uno schema progettuale preciso.
Subito dopo la scala a chiocciola dell'ingresso si notano le caratteristiche volte ribassate della cava di pozzolana; si vedono i grandi archi laterali, ancora pieni di arenaria mai prelevata, mentre dalla volta pendono radici vegetali su tutta la lunghezza della galleria. 
Le prime tombe di questa zona sono databili al III secolo d.C.
In fondo a questo corridoio si trova una pittura dal valore storico eccezionale: il più antico affresco che raffigura Maria, con il bambino Gesù in braccio, e dietro di loro, un profeta, forse Balaam o Isaia, che indica con la mano ciò che sembrerebbe un albero pieno di frutti, ma che è stato interpretato come una costellazione celeste.
In fondo alle gallerie dell'arenario, si trova lo straordinario cubicolo della "Velatio" con affreschi che rappresentano i momenti più importanti della vita di una donna di cui non conosciamo il nome; il suo matrimonio, la nascita del figlio, e poi il ritratto in cui essa prega in piedi con le braccia aperte, nella posizione che nell'arte paleocristiana è definita "dell'orante"
Sulla volta è raffigurato Gesù come un giovane pastore senza barba, con corta tunica e circondato da un gregge. Le pitture sono datate all'età di Gallieno (353 - 368).
L' Ipogeo degli Acilii si riconosce bene per il corridoio rettangolare realizzato in "opus vittatum" o "a fasce", e volta a crociera.
Il corridoio sbocca in un grande ambiente, anticamente una cisterna per la conservazione dell'acqua; al momento di trasformarla in ipogeo, si mantenne l'uso idraulico almeno in parte, come appare chiaro da una fistula plumbea (tubo) che si vede ancora in una parte della parete foderata in opus signinum.
Sono state avanzate molte ipotesi a proposito di questo criptoportico: per molto tempo gli studiosi hanno ipotizzato che le rovine in superficie appartenessero alla domus della famiglia, sotto la quale essi avrebbero "autorizzato" lo sviluppo della catacomba, ma oggi si tende a pensare che le strutture murarie soprastanti siano piuttosto i resti di un grande mausoleo degli Acilii, risalente al I secolo d.C., dotato di una sua cisterna, e di gallerie idrauliche a livello del criptoportico, che fu appunto rimaneggiato fino a divenire, nei secoli successivi, l'ipogeo in questione.
Dall'ipogeo si aprono altri cunicoli all'interno dei quali furono scavate sepolture più modeste, risalenti al periodo delle persecuzioni di Diocleziano quando, a causa della violenta repressione contro i cristiani, si rese necessario aprire rapidamente un secondo livello di corridoi a spina di pesce.
La Cappella Greca è il settore più importante e suggestivo: una volta usciti dal criptoportico e camminando fino alla fine di uno stretto e basso cunicolo, si raggiunge una larga camera con volta a botte interamente dipinta di scene bibliche, in uno stile che dimostra la grande ricercatezza formale e la grande cultura di chi la fece dipingere; non si tratta di una chiesa, bensì di un vero mausoleo ipogeo, con banconi in muratura lungo il perimetro, per far sedere gli ospiti in occasione del refrigerium cioè del banchetto rituale che si svolgeva in ricordo dei defunti.
Sull'arcosolio centrale, in campo rosso è raffigurato un banchetto che gli studiosi hanno intitolato "Fractio Panis" o "Eucarestia": ad un triclinio semicircolare, dove sono serviti pane e pesce sono seduti sette personaggi tra cui un giovane uomo che spezza il pane e una donna velata.
Vi sono poi raffigurati i seguenti episodi, tratti dall'Antico Testamento: Mosé che fa scaturire l'acqua dalla roccia battendovi sopra con la verga; i tre giovani nella fornace, descritti dal Profeta Daniele, soggetto che ricorre anche nel cubicolo della "Velatio"; Susanna insediata dai malvagi anziani che la accusano.
A destra, la Fenice, animale che la mitologia dice capace di rinascere dalle sue ceneri, insieme alla palma; in greco la palma e la fenice hanno la stessa denominazione "foinix".
Vicino alla Fenice erano rappresentate le figure delle quattro stagioni, di cui è rimasta solo la testa dell'estate;per i cristiani, esse erano simbolo della resurrezione, perché ciascuna stagione si sviluppa alla fine, alla morte della precedente.
Sull’arcosolio è rappresentata l'adorazione dei Magi, come secondo il Vangelo di Matteo, mentre dall'altra parte è rappresentata la resurrezione di Lazzaro. Nella zona inferiore dell’arco vediamo anche Noè nell'arca. A sinistra della scena del banchetto è raffigurato il sacrificio di Isacco, a destra quello del Profeta Daniele tra i leoni mentre a destra c’è quello di Daniele tra i leoni nelle prigioni di Babilonia. Infine vi sono le due iscrizioni in greco che hanno dato il nome alla cappella: OBRIMOS PALLADIO/ GLYKYTATO ANEPSIO SYNSKOLASTE MNEMES KARIN (Obrimo al dolcissimo cugino e condiscepolo Palladio, di buona memoria) e OBRIMOS NESTORIANE/ MAKARIA GLYKYTATE/ SIMBIO MNEMES KARIN (Obrimo alla dolcissima moglie Nestoriana, di buona memoria).


per Roma Sotterranea, Lucilla Favino


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