L'impianto elettrico e l'impianto citofonico

di Adriano Morabito

Il ripristino dell'impianto elettrico si è rivelato essere uno degli aspetti più complessi di tutte le operazioni di recupero del rifugio.

Pochi erano gli indizi a disposizione; dagli atti vandalici erano state risparmiate alcune scatole di derivazione, mentre fortunatamente, in tutti gli ambienti realizzati a mattoni, la presenza di alcune grappe in metallo, o di quello che ne restava, e di porzioni di cavo, hanno dato un'informazione inequivocabile sul passaggio dei fili elettrici, che avveniva a vista.

Si è proceduto quindi, a liberare le tracce, laddove esistenti, dai cavi preesistenti, per poterle riutilizzare per il passaggio del nuovo impianto. Negli ambienti a mattoni l'impianto ricostruito rispetta, nel passaggio dei cavi e nei punti luce, quello originario.

Gli interruttori e le prese, non più esistenti, sono stati sostituiti con pezzi originali in bachelite della fine degli anni '30 del Novecento; lo stesso dicasi per i portalampade in ceramica, anch'essi pezzi originali dei primi anni '40. Le plafoniere tonde e a tartaruga sono state utlilizzate basandosi su documentazione fotografica di altri bunker realizzati in Italia durante l'ultimo conflitto mondiale.

Il quadro elettrico, di cui rimaneva soltanto l'impronta in cemento, ubicato pochi metri dopo aver superato la porta carrabile, è stato ricostruito con pezzi originali della "Premiata Ditta Gaetano Rapizzi", serie Zeus, molto utilizzati a cavallo degli anni '30 e '40: realizzati con guscio in bachelite marrone, hanno una levetta smaltata di rosso e verde a seconda che l'interruttore sia aperto o chiuso. La Rapizzi fu fondata nel 1912 a Parabiago (MI); lo stemma dell'azienda è composto da una croce sabauda (bianca su fondo rosso) inserita all'interno di un triangolo giallo-oro. E' stata proprio la Rapizzi, negli anni '40 a realizzare e commercializzare in Italia il primo interruttore magnetotermico. La gloriosa storia della Rapizzi può essere approfondita sul sito del "Museo La Luce".

Ma la sfida maggiore è stata quella di dover realizzare un impianto senza avere a disposizione un'utenza. La linea elettrica, che sicuramente un tempo arrivava al rifugio, non è ovviamente più in funzione e non è stato possibile portare una linea dedicata solo per le esigenze di musealizzazione. Si è provveduto pertanto a realizzare un impianto a basso voltaggio, utilizzando lampadine a led da 3 e 5 W, alimentato da un pacco batterie, ricaricato grazie ad un pannello solare micro amorfo e, nel caso in cui l'irraggiamento solare non sia sufficiente,da un gruppo elettrogeno.

Si ringrazia sentitamente Davide Parissenti che, con pazienza e dedizione, ha reso possibile la realizzazione del nuovo impianto elettrico.

L'impianto citofonico

Durante i lavori di recupero è stato individuato lungo la scala a chiocciola un cavo. Seguendo i segni dei chiodi e delle grappe utilizzati per fissarlo al muro, si è verificato che il cavo arrivava fino ad un preciso punto all'interno della galleria carrabile, dove erano visibili resti di elementi in legno a suo tempo murati (una mensola e una placca).

Il cavo, ad una più attenta analisi, si è rivelato essere un doppino telefonico. Si è di conseguenza ipotizzata, con ragionevole certezza, la presenza di un citofono che permettesse di comunicare con l'esterno, probabilmente con la Villa.

Si è quindi deciso di installare un citofono fine anni '30 prodotto dalla SAFNAT (Società Anonima Fabbrica Nazionale Apparecchi Telefonici), allora azienda di spicco nella produzione e installazione di impianti telefonici. La SAFNAT, nata nel 1921 è stata una realtà importante nella storia della telefonia italiana. Con sede a Milano, a Via Garofalo 31, diventò fornitrice dal 1965 dell'Ente telefonico di Stato, e poi della Sip.  Nel 1987 inizia la collaborazione con ASCOM, importante multinazionale Svizzera oggi specializzata in wireless communications. Come ASCOM SAFNAT produce i primi cellulari ETACS e GSM.