Le cave di Monteverde: storia di una riscoperta eccezionale

di Adriano Morabito
pubblicato il 3 Febbraio 2022
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Calarsi in corda a meno 25 metri dalla superficie: un'attività ordinaria per uno speleologo, ma quando il contesto è quello di un cantiere nel mezzo di un quartiere di Roma, le cose cambiano, e l'impresa assume un carattere eccezionale. Vogliamo raccontarvi come è avvenuta questa riscoperta e quali siano stati i successivi interventi svolti dalla nostra Associazione

La prima discesa nel pozzo artificiale

La riscoperta di un mondo abbandonato

Alla fine del 2013 Roma Sotterranea ricevette la richiesta di una consulenza da parte della Soprintendenza Archeologica di Roma. In quasi tutti i cantieri della Capitale che prevedono attività di scavo, è previsto, infatti, un servizio di "sorveglianza" per verificare l'eventuale rinvenimento di evidenze archeologiche. 
In questo caso specifico l'attenzione era particolarmente alta, in quanto fonti bibliografiche dei primi anni del ‘900, corredate anche da fotografie, riportavano la presenza nell'area di una catacomba ebraica: non una rarità a Roma, ma sicuramente meno diffuse rispetto alle, di poco successive, catacombe cristiane.

Gli archeologi della Soprintendenza quindi, nel momento in cui alcuni saggi in profondità evidenziarono la presenza di vuoti, avevano immediatamente sperato potesse trattarsi proprio di quelle catacombe andate perdute a seguito dell'intenso sviluppo edilizio dell'area

Arrivammo al cantiere in una fresca mattina di Ottobre: un'ampia zona era stata sbancata per alcuni metri. Il progetto era quello di realizzare un parcheggio interrato multipiano, merce rara e preziosa a Roma, anche in zone non troppo centrali ma comunque densamente abitate. Bisognava verificare la natura di quei vuoti, ritrovati così in profondità: sicuramente delle cavità artificiali, ma di che natura? Alcune fotografie, scattate dal macchinario che aveva effettuato i primi saggi tramite delle micro-trivellazioni, non permettevano di giungere ad alcuna conclusione. L'unica possibilità: creare un pozzo dal quale potersi calare. Per motivi di sicurezza chiedemmo di realizzarne 3, di 80cm di diametro. Qualche giorno dopo i pozzi erano stati realizzati ed organizzammo l'intervento. Arrivammo in 5, muniti di caschi, corde, moschettoni e imbraghi. I pozzi ci apparvero come una vera e propria autostrada verso il sottosuolo: le dimensioni erano generose ed il pozzo principale era stato "incamiciato", aveva cioè al suo interno degli elementi tubolari in ferro per evitare qualsiasi cedimento del terreno; la discesa poteva avvenire in completa sicurezza.  

Mi calai per primo, "atterrando" all'interno di una galleria; staccai la corda dall'imbrago e diedi il "Libera!", in modo che Vittorio potesse iniziare la discesa. Nell'attesa mi guardai intorno: com'era prevedibile, mi trovavo in una cava di tufo, ma i fianchi della galleria erano stati realizzati accumulando resti di non meglio definiti materiali di risulta: a prima vista mi sembrarono macerie di edifici. Ci incamminammo lungo la galleria, che procedeva appena in salita con leggere curve. In un attimo ci ritrovammo nel buio più totale: le nostre torce non erano abbastanza potenti da illuminare lo spazio che si apriva intorno a noi. Fui preso da una strana sensazione: per la prima volta non mi sentivo a mio agio in un ambiente sotterraneo; in una grotta accade di imbattersi in enormi saloni che la torcia non riesce a rischiarare, ma non è una condizione che ti aspetti in una cava di tufo, per di più al di sotto della città!
Invece di dirigerci lì dove le nostre torce non riuscivano a "bucare" il nero, decidemmo di seguire i lati di questo enorme ambiente. Fu solo nelle esplorazioni successive che riuscimmo a misurare quel gigantesco salone: le sue dimensioni sono di 90x70 metri, ovviamente con alcuni enormi pilastri di pietra non scavata per permettere alla volta di sostenersi, ma che lo sguardo possa spaziare così in lontananza rimane un fatto straordinario nel panorama sotterraneo di Roma.

Ma la nostra esplorazione ci riservava ancora altre sorprese. La prima: un laghetto di acqua cristallina, poco profondo certo, ma con un colore verde-azzurro intenso, in alcuni punti esaltato dagli accumuli bianchi di calcare, che contrasta con il rosso del tufo lionato. Ci imbattemmo poi in una serie di strutture in mattoni e tufo, principalmente ad arco, come a rinforzare in punti precisi la volta, senza però precludere l'accesso ad alcune aree. E anche molti pilastri, che immaginammo essere di strutture di sottofondazione collegate alle palazzine soprastanti.

La prima esplorazione terminò qui, ma furono necessarie molte attività per mappare completamente tutta la cava e renderci conto della sua reale estensione: circa 95.000 metri quadrati, su due livelli quasi mai sovrapposti. Confrontando le mappe da noi realizzate con le piante catastali avemmo la conferma che i tanti pilastri che avevamo notato insistevano, come immaginavamo, proprio in corrispondenza degli edifici: chi costruì i palazzi che sorsero nel quartiere fra gli anni '50 e '70 del ‘900 era ancora a conoscenza delle cave, e vi entrò per realizzare queste strutture di fondazione. Gli edifici in superficie quindi, non hanno nulla da temere, anche perché lo strato di tufo fra la cava e la superficie varia fra i 7 e i 20 metri, e lì dove lo strato si considerò non sufficiente, ecco che all'epoca intervennero ingegneri e progettisti realizzando queste strutture, talvolta in cemento armato, talvolta usando lo stesso tufo.

Da uno studio più approfondito dei luoghi abbiamo in seguito individuato testimonianze di frequentazione risalenti all'ultimo conflitto mondiale: una parte delle cave fu infatti utilizzata come rifugio antiaereo e ospitò gli abitanti, all'epoca non molti, che vivevano nella zona. Sono infatti ancora al loro posto alcuni muri antisoffio, che avevano lo scopo di attutire lo spostamento d'aria che si sarebbe creato nel caso in cui una bomba ad alto potenziale fosse caduta nelle vicinanze dei punti di accesso. Così come è probabilmente riconducibile a questo periodo l'installazione di un rudimentale impianto di illuminazione, realizzato con elementi in ferro posizionati sul soffitto, con isolatori in porcellana.

Studi di archivio ci hanno poi permesso di apprendere che questa cava fu attiva sicuramente a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del ‘900. Non bisogna dimenticare infatti che nel 1871 Roma divenne capitale d'Italia e l'aumento della popolazione nei successivi decenni fu esponenziale, passando dai circa 200.000 abitanti del 1860 a più di 900.000 all'inizio degli anni '30 del ‘900. Fu necessario costruire centinaia di chilometri di strade e nacquero interi quartieri, con conseguente necessità di materiale da costruzione e il tufo lionato di Monteverde, particolarmente resistente, era perfetto per lo scopo.

Quello di Monteverde è sicuramente il complesso di cave più spettacolare esistente a Roma: un luogo che ancora oggi, a quasi dieci anni dalla riscoperta, ci trasmette ogni volta forti emozioni e che probabilmente non ci ha ancora svelato interamente la sua storia...