Bunker Villa Ada Savoia

di Adriano Morabito
pubblicato il 10 Ottobre 2015
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Introduzione

Villa Ada Savoia è oggi un grande parco, in parte agibile e ben mantenuto, in parte diventato ormai un bosco selvaggio. E proprio nell'area dove la vegetazione è più fitta si nasconde il bunker costruito per la famiglia reale: un arco in mattoni è tutto quello che è visibile dall'esterno.

Per 70 anni il bunker è rimasto nascosto, dimenticato, silenzioso. Quanti, passandogli accanto, quasi sicuramente per caso, hanno prestato attenzione ai mattoni di questa costruzione abbandonata nell'ombra e quasi invisibile?

Frequentato da vandali e writers, era conosciuto come il "Bunker del Diavolo": riti pseudo-satanici avevano luogo fra queste mura e scritte inneggianti a Satana erano presenti in vari ambienti. L'alto tasso di umidità e il completo abbandono hanno fatto il resto.

Nel 2012, una cancellata realizzata dal Comune di Roma ha messo fine a questi continui abusi e a metà ottobre 2015 è iniziato il lavoro di recupero da parte dei Soci dell'Associazione Roma Sotterranea. L'inaugurazione è avvernuta il 24 marzo 2016.

Più di 3.000 ore di lavoro (pari a 375 giornate/uomo) hanno riportato gli ambienti, dopo anni di oblio, al loro stato originale. Un recupero attento e scrupoloso, sotto i vigili occhi degli esperti della Sovrintendenza Capitolina, che permette di calarsi nell'atmosfera carica di apprensione e di timore che ha caratterizzato i momenti trascorsi dai reali all'interno di questa struttura.

Il bunker

La Palazzina Reale, dove risiedevano il sovrano Vittorio Emanuele e sua moglie Elena, possedeva degli ambienti sotterranei: ampie cantine dove la Regina accumulava ogni sorta di vestiti, che poi distribuiva ai più bisognosi.

Nella seconda metà degli anni Trenta, la presenza di ambienti di cava sul lato nord-est dell'edifcio portò alla decisione di creare una struttura unica, collegando le cantine alle gallerie della cava, che furono rinforzate  e allestite con semplici arredi, compreso un generoso servizio da tè. Vi si accedeva o “da un tombino all'interno della villa o da una botola ai piedi della grande palma di fronte alla facciata posteriore”, come raccontò molti anni dopo la camerista della Regina Elena, Rosa Perona Gallotti. Il tutto è stato confermato dal ritrovamento di planimetrie ed appunti scovati dall'Associazione Roma Sotterranea presso alcuni archivi.

Quando il timore di incursioni aeree sulla Capitale iniziò a farsi più concreto, Mussolini, preso atto del potenziale distruttivo dei nuovi bombardieri anglo-americani, pretese più sicurezza, per sé e per la famiglia reale; si costruirono così due nuovi bunker: uno a Villa Torlonia ed uno a Villa Savoia. Relativamente a quest'ultimo è stata trovata una preziosa documentazione che attesta con certezza che il bunker fu realizzato fra il novembre del 1942 e il maggio del 1943 dalla Ditta dell'Ing. Romeo Cametti.

Con una scelta quantomeno singolare, il luogo dove edificare il bunker fu individuato in direzione nord rispetto alla palazzina, ad una distanza in linea d'aria di circa 350 metri. I progettisti poterono sfruttare il cambio di quota dovuto alla presenza di una collinetta, il cosiddetto Colle delle Cavalle Madri per la presenza del casale omonimo, adibito a ricovero per le cavalle in procinto di partorire, provenienti dalle scuderie del Quirinale.

Il bunker fu dunque scavato all'interno del banco tufaceo della collina, forse sfruttando in parte degli ambienti di cava già esistenti. In questo modo l'accesso avveniva a livello, senza dover percorrere scale o rampe.

La principale particolarità del bunker, grazie a questa caratteristica, era quella di poter accogliere al suo interno delle autovetture. La distanza dalla residenza obbligava infatti a raggiungerlo non certamente a piedi, operazione assai rischiosa durante un allarme aereo. Un breve spostamento in auto, dirigendo prima  verso nord, lasciandosi alla destra le scuderie, e scendendo poi in direzione ovest  per una stradina a tornanti, permetteva di arrivarvi in non più di 2-3 minuti.

In passato si sono ipotizzati dei collegamenti sotterranei con la Palazzina Reale. Di questi non è stato trovato alcun indizio, nonostante si sia proceduto ad alcuni micro-saggi per verificare la presenza o meno di ambienti al di là di alcune murature.

La struttura ha una forma a "ciambella". L'accesso al rifugio avveniva immettendosi in una corta galleria a doppia curva: ci si trovava quindi di fronte ad un massiccio portone a due battenti, l'ingresso carrabile al rifugio. Le due ante, ancora al loro posto, pesano circa 1.800 Kg l'una e furono realizzate colando del cemento all'interno della porta in ferro, spessa 20cm. Sulla sinistra una porta blindata dava accesso ad una prima stanza e poi, attraverso una porta antigas, ad una seconda stanza, il vero cuore del bunker: si tratta di una camera ad alta pressione (Gasschleuße) sul modello tedesco, dotata di un efficace sistema di filtri per la depurazione e il ricambio dell'aria e di un sistema autonomo che permetteva, anche in assenza di energia elettrica o di malfunzionamento dei motori, di poter garantire il funzionamento dell' impianto di aerazione e filtraggio grazie ad un sistema azionato da propulsione umana, tramite energia cinetica creata pedalando su una sorta di “bicicletta”. Questi impianti venivano identificati come “elettroventilatori a pedaliere”. 

Pone molti quesiti l'ampio spazio dedicato al ricovero degli automezzi: di forma circolare, è dotato di un'area di manovra e poteva facilmente accogliere anche tre vetture.

Completano il rifugio 2 bagni, un'anticamera e 2 ambienti di servizio.

In tutti gli ambienti stupiscono la cura con cui fu realizzato e gli evidenti richiami, sia nell'uso dei materiali che in alcuni particolari, all'architettura razionalista tipica dell'epoca.

Il bunker era dotato di una via di fuga secondaria: erano 40 i gradini della splendida scala a chiocciola in travertino che si dovevano salire per raggiungere un piccolo manufatto cilindrico in mattoni con copertura a forma di fungo, posizionato nella parte alta della collina. Al suo fianco si trova una struttura composta da lastroni in cemento. Relativamente alla protezione da bombardamenti, una prima barriera, costituita da due massicci lastroni in cemento armato, era stata posizionata sulla cima della collina, ed è ancora ben visibile, posta a pochi metri dall'uscita secondaria del bunker. I lastroni, un vero e proprio "scudo" erano perfettamente mimetizzati grazie alla folta vegetazione circostante composta da alti pini  marittimi che, con le loro ampie chiome (fu lasciata addirittura un‘apertura per il passaggio di uno di essi), contribuivano perfettamente allo scopo. Per un'ulteriore mimetizzazione, lo scudo era stato inoltre ricoperto con del pezzame di tufo, forse estratto proprio durante la realizzazione del rifugio. I lastroni erano sostenuti da esili muretti a mattoni, nei quali si aprono ampi archi; al momento dell'esplosione i muretti avrebbero ceduto ammortizzando l'impatto delle bombe e creando un effetto cuscinetto. La struttura a sezione circolare della galleria garantiva una resistenza alla compressione grazie al ben noto "effetto arco"; realizzata con uno spesso rivestimento in mattoni, avrebbe ulteriormente protetto gli occupanti; non è comunque dato sapere se oltre i mattoni si nasconda un'ulteriore protezione in cemento armato.

La protezione dai gas era garantita dalla presenza di guarnizioni in gomma di cui erano dotate tutte le porte, compreso il grande portone carrabile. Su alcune porte le guarnizioni sono ancora miracolosamente al loro posto.

Il bunker di Villa Savoia, da considerarsi rifugio personale della famiglia reale, si può definire un adattamento tutto italiano ai parametri dell'«armatura di Braunschweig» che, anche grazie all'originalità degli accorgimenti tecnici adottati per la sua fortificazione, va annoverato fra i sotterranei di questa tipologia più interessanti d'Italia.

Se dovessimo scegliere la  data che decretò le sorti del bunker, questa è  la sera dell'8 settembre del 1943. Non un giorno qualunque, ma quello dell'annuncio della firma dell'armistizio di Cassibile, avvenuto cinque giorni prima. E' questo il giorno nel quale, alle 19.30 circa, per l'ultima volta il settantaquattrenne Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena lasciarono la Villa a bordo della loro Fiat Torpedo 2800; si dirigeranno prima al Quirinale, poi si sposteranno a Palazzo Baracchini, sede del Ministero della Guerra, ubicato sempre su Via XX settembre. Infine, alle 4.50 del 9 mattina, in una convulsa corsa notturna, percorrendo la Via Tiburtina, i Reali e il loro seguito giungeranno ad Ortona, per imbarcarsi alla volta di Brindisi. Il bunker, in un sol giorno, passò dall'essere, anche se poco realisticamente, il potenziale ultimo rifugio dei Reali, a luogo dimenticato in un angolo nascosto e poco frequentato dell'enorme parco.

La costruzione del bunker

Da preziosi documenti rinvenuti sappiamo che è la Ditta dell'Ingegnere Romeo Cametti a costruire il “ricovero antiaereo” a servizio di Villa Savoia. L'incarico è dato direttamente dalla Casa di Sua Maestà il Re il 7 novembre 1942, con la richiesta che i lavori siano portati a termine nel minor tempo possibile. Il 23 giugno 1943 i lavori sono ultimati ed il pagamento è effettuato con 8 assegni tratti sulla Banca Commerciale Italiana, presso cui sono i conti di Casa Savoia, per un totale di Lire 705.929,40.

Cametti nasce a Roma nel 1882. Divenuto Perito Industriale per le Costruzioni e la Meccanica, si dedica fin dal 1902 alle costruzioni in Cemento Armato. Dal 1908 al 1911 lavora presso la Società Porcheddu, assumendo la direzione di 67 lavori. Dal 1912 inizia ad operare in proprio.

Nel 1914, presenta il rivoluzionario «Progetto di tramvia sotterranea per Roma - Per la viabilità» Non una metropolitana, come scrsse Cametti, «scorrente entro gallerie profonde a forti velocità; infatti basta ricordare le condizioni del sottosuolo di Roma, ove è così facile trovare nella città bassa l'acqua ed i resti dell'antica grandezza; ciò nonostante la soluzione del problema della viabilità non si raggiunge che sotto terra, e il nuovo mezzo di moto non potrà essere altro che una semplice tramvia a velocità notevolmente maggiore di quelle superficiali». Contemporaneamente si sarebbero realizzate anche gallerie sottoservizi, per le tubazioni dell'acqua potabile, delle fognature e delle linee elettriche, della posta penumatica, del telegrafo, del telefono. Erano previste 21 stazioni, tutte all'interno delle Mura Aureliane. Ovviamente il tutto rimane lettera morta.

Allo scoppio della I Guerra Mondiale parte volontario per il fronte e, nella Valle dell'Isonzo e in Albania, costruisce trincee in cemento armato, ponti, strade, hangar, serbatoi, officine. magazzini, ecc. Alla fine del conflitto, con il grado di Capitano ottiene la Croce di Guerra.

I lavori svolti dalla sua Ditta sono centinaia, in tutta Italia. Nella Capitale a partire dal 1921 progetta e realizza la Città Giardino della Cooperativa dei Ferrovieri “Termini” con 253 residenze a villini su un'area compresa tra Via del Pigneto e Via Casilina. Nel 1923-1925 la scuola elementare di Via della Rondinella, sul Lungotevere. Nel 1926 realizza l'avveniristica Casa dell'automobile a piazza Verdi, un edificio-garage in cemento armato di 10 piani, che ospita 1.000 automobili di cui 750 in box privati dotati di apparecchio telefonico, presa d'aria compressa e rubinetto per il lavaggio. Nelle forme si ispira nelle forme ai grossi palazzi newyorkesi dei primi anni del Novecento che ospitano grandi magazzini e uffici. Per la sua demolizione, negli anni '70 del '900, data la sua struttura, sono necessari tre anni.

La Ditta cessa l'attività intorno al 1950, mentre l'Ingegner Cametti muore nel 1962.