La catacomba ebraica di Vigna Randanini

di Samantha Lombardi
pubblicato il 15 Dicembre 2009

A partire da Gennaio 2007, per la durata di quasi un anno, l'Associazione Roma Sotterranea - Speleologia per l'Archeologia, da anni attiva nel campo dello studio, esplorazione e ricerca degli ambienti ipogei di interesse archeologico allo studio, completo di planimetrie e catalogazione epigrafica, della catacomba di Vigna Randanini.

Inquadramento storico-geografico

La comunità giudaica di Roma si formò a partire dall'inizio del I secolo d.C., con l'arrivo dei primi Ebrei che sbarcarono al porto di Pozzuoli, conosciuto all'epoca come la "Porta d'Oriente"; la comunità crebbe velocemente e si organizzò in varie congregazioni che presero il nome di Sinagoghé, ciascuna con propri uffici e rappresentanti ufficiali. Le comunità, sparse in vari punti della città, si estendono su un arco cronologico di almeno quattro secoli e tutte queste informazioni sono note principalmente attraverso le epigrafi sepolcrali. Con sicurezza sono attestate undici Sinagoghe a Roma; possiamo ipotizzare che i primi insediamenti ebraici si trovassero a Trastevere e che la maggior parte della popolazione ebraica fosse concentrata in questo quartiere durante tutto il periodo amico e medievale. Attorno al 70 d.C., con la caduta di Gerusalemme, il numero degli Ebrei presenti in Roma dovette aumentare notevolmente tanto che furono costretti a spostarsi in altri quartieri della città, tra i quali sono noti la Suburra, Campo Marzio e Porta Capena. 

Struttura della necropoli

Scarse sono le informazioni che aiutano la comprensione della struttura delle sepolture della comunità giudaica: non è noto se ciascuna necropoli servisse indistintamente l'intera comunità o se fosse esclusivamente riservata a gruppi specifici o alle singole Sinagoghe. A Roma sono sei le catacombe ebraiche scoperte sino ad oggi e comprese tra il III e il IV sec. d.C.: sono situate a ridosso delle vie consolari ovvero sulle vie Pormene (Monteverde), Appia (Randanini, Cimasa), Appia Pignatelli, Labicana (oggi Via Casilina) e Nomentana (Villa Torlonia). Impossibile risalire a un'epoca anteriore al III secolo d.C. e per la datazione dei più antichi nuclei cimiteriali giudaici si può solo supporre che fossero usati sepolcreti, non necessariamente riservati solo agli Ebrei romani, ma in comune con i pagani. E' dunque logico pensare che, anche a Roma, le catacombe appartengano solo a una fase più matura nell'ambito dei costumi funerari giudaici.

E' opportuno ricordare che le catacombe non erano intese, né usate, come luoghi per rifugiarsi o nascondersi durante i periodi di persecuzione, ma erano normali cimiteri delle comunità e continuarono a essere usate fino a che non furono sostituite dai cimiteri a "ciclo aperto" nel IV e V secolo. L'aspetto delle catacombe ebraiche è generalmente molto simile a quello dei cimiteri cristiani contemporanei; a differenza di quelle cristiane, però, non furono mai sede di celebrazioni liturgiche, in quanto la religione ebraica percepiva il contatto con i defunti come un'azione impura, pertanto le strutture risultavano prive degli ambienti adibiti alle celebrazioni e alle riunioni pubbliche, con accessi, gallerie e cubicoli esclusivamente funzionali ai riti funerari. 

L'etimologia della parola tardo latina "artaantrba" (XVI sec. d.C.) deriva forse dal greco, ovvero "cavità sotterranea", da cui l'italiano "catacomba", termine medievale con cui vengono indicati attualmente anche i cimiteri sotterranei cristiani ed ebraici. Nel mondo pagano, sia occidentale che orientale, l'uso di sepolture ipogee è attestato fiequentemente, ma si tratta sempre di tumulazioni riservate esclusivamente a una famiglia o a un collegio; solo con lo sviluppo delle comunità cristiane ed ebraiche i cimiteri acquisirono una struttura complessa e articolata e la loro diffusione fu strettamente collegata alle caratteristiche geologiche della zona.

Per definire le caratteristiche degli ipogei funerari della fine del II o della prima metà del III secolo, si deve accettare la multiforme realtà di piccoli complessi con scale di accesso autonome che, per planimetria, non seguono alcuna regola fissa e sono al di fuori di ogni codificazione. In questa fase iniziale i limiti dell'estensione delle catacombe furono verosimilmente condizionati, nella maggior parte dei casi, dai vincoli di proprietà del suolo e si tentò di farli coincidere con quelli della concessione in superficie. Nella realtà, però, esse presentano quasi sempre estensioni oltre i limiti iniziali, a svantaggio della regolarità dell'impianto programmato. I terreni sui quali erano realizzate appartenevano a privati che mettevano a disposizione delle varie comunità alcune proprietà terriere nei dintorni della cinta urbana; l'area donata poteva essere anche molto vasta, ma comunque insufficiente a far fronte alle necessità di una comunità che andava sempre più ingigantendosi. L'esigenza di nuovi spazi determinò lo scavo di altre gallerie e cunicoli a livelli inferiori arrivando così a creare cimiteri a più piani per sopperire alle richieste di nuovi spazi. La conformazione geologica della zona delle vie Appia, Ardeatina e Laurentina permetteva uno scavo in profondità e, approfittando nel contempo della presenza di arenarie e cave di tufo e pozzolana già aperte talora abbandonate si iniziarono a realizzaree ipogei con condotti e camere sotterrane con profondità tra i 6/7 metri sotto il livello di calpestio, fino a un massimo di 30 metri. 

Vigna Randanini

La catacomba, scavata nel fianco di una collina del suburbio romano, fu scoperta e in parte esplorata, per la prima volta, nel 1857 da Ignazio Randanini, l'allora proprietario terriero dell'area, e fu la seconda a Roma ad essere ritrovata. Le gallerie sviluppano una lunghezza totale di circa 720 m, dei quali solo 450 agevolmente percorribili; il resto è parzialmente ostruito o reso impraticabile dalla terra di riempimento. Dall'altezza media dei due lucernari possiamo ipotizzare che la catacomba si sviluppi a una profondità media di circa 10 m. 

L'ambiente esterno ha una forma rettangolare, caratterizzato da una serie di strutture che sono da ascrivere ad almeno due fasi costruttive diverse; la più antica, datata alla prima metà del II secolo d.C., si presume fosse rappresentata solo dal piccolo ambiente quadrato caratterizzato da due esedre sul lato sinistro, in opus mixtum (reticolato alternato a laterizi), e sul lato opposto da una nicchia in cui si intravedono ancora alcune tessere di mosaico bianco, una piccola pasta vitrea blu lapislazzulo inserita nella volta e alcune tracce di intonaco. La seconda fase, risalente al IIII-V secolo d.C., è caratterizzata da una totale modifica dell'area che ha risparmiato le due esedre. Si presume che l'intero spazio esterno sia stato utilizzato a scopo funerario e i muri longitudinali furono prolungati e rivestiti in opus listatum (ricorsi alternati da una fila di tufelli e una di laterizio) in cui vennero ricavati una serie di arcosolii. Al centro fu costruita una spina, anch'essa con arcosolii sovrapposti sulle due facce, unita alle pareti laterali da muri con aperture a sesto ribassato. Fu in questa fase che, probabilmente, venne realizzata la decorazione musiva bianca e nera pavimentale.

La zona SW, dove si aprono due porte, è realizzata nella parte inferiore in opus vittatum (blocchetti quadrangolari alternati, a volte, da ricorsi in laterizio) e nella parte superiore in laterizio; la porta di entrata attuale presenta a sinistra un'importante modifica strutturale con l'apertura che appare ristretta e abbassata con architrave di marmo inserito nella volta. Entrando dall'unica scala oggi accessibile, ci si trova in un ambiente oblungo (anticamera): un'apertura, posta sulla destra, comunica con un vano quasi rettangolare, con volta a botte (vestibolo) a cui in antico si accedeva dalla porta attualmente murata. Al centro di questo ambiente si trova un pozzo, profondo circa 6 m, che riceve l'acqua di scarico dell'ambiente esterno mosaicato; probabilmente, in antico, raggiungeva la falda acquifera e serviva come cisterna da cui attingere l'acqua da utilizzare con la calce per ottenere la malta che serviva a chiudere i loculi.

Il vero e proprio accesso al cimitero avviene attraverso una piccola porta, in direzione SW, sostenuta da un architrave di marmo. Inoltrandosi nella parte agibile della catacomba, inizia una lunga e ampia galleria con numerosi loculi lungo la parete di sinistra, mentre a destra si alternano diversi cubicoli; dalla metà della lunghezza della galleria in poi i loculi sono disposti su entrambe le pareti. La maggior parte delle sepolture è rappresentata da cubicoli, loculi e arcosolii, mentre in una zona più lontana dall'ingresso, si nota un elevato numero di kokhim anche a più posti. Il kokh (plurale "kokhim") è una tomba a forno che si sviluppa perpendicolarmente alla parete della galleria: diversi esempi si trovano in Palestina e in Israele, come il kokh della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. In Medio Oriente queste particolari sepolture venivano usate per circa un armo, il tempo necessario alla decomposizione del corpo, dopodiché i parenti del defunto raccoglievano le ossa e le custodivano in un ossario.

Analisi degli affreschi

Di tutti i cubicoli solo tre sono dipinti: il primo è affrescato con motivi geometrici molto semplici, resi con colore rosso su fondo bianco. Sia sulle pareti che sul soffitto, all'interno dei disegni, sono visibili elementi decorativi molto più chiari, attualmente poco distinguibili, come del resto gli etrog (frutto del cedro) resi negli angoli. Sopra l'arcosolio è dipinta una grande menorah (candelabro a sette braccia); complessivamente l'affresco si presenta notevolmente danneggiato soprattutto nelle pareti laterali e in quella d'ingresso.

Il secondo ambiente è preceduto da un vestibolo intonacato di bianco. Ai lati del passaggio che immette nel cubicolo, sullo zoccolo sono dipinti dei riquadri a incrostazioni marmoree e sopra queste una mezuzah (piccolo astuccio che contiene una pergamena con due paragrafi dello Shemah [Deut. 6, 4-9 e 11, 13-21]. La decorazione interna è molto ricca: incrostazioni marmoree, fasce rosse e verdi delineano l'apertura dai loculi, separati tra loro da ghirlande di fiori; sono inoltre dipinti fiori singoli e a gruppi con un kantharos (vaso) dal quale escono altri fiori. La particolarità di quest'ambiente è data dalla presenza delle palme da dattero dipinte ai quattro angoli del cubicolo, mentre la volta a vela, che aveva originariamente una decorazione di uccelli, è oggi scomparsa. La creazione di nuovi spazi sepolcrali è indice di un riutilizzo posteriore, ciò potrebbe essere avvalorato dalla presenza di piccoli loculi per bambini ricavati ai lati della porta di entrata e da altri quattro nella parte superiore della volta e da una menorah tracciata in modo piuttosto rozzo sul lato destro del vestibolo. La datazione assegnata a questo cubicolo riporta al IV sec. d.C., data che potrebbe essere sostenuta dalla raffigurazione del kanrharos che troviamo rappresentato anche nell'ipogeo di Via Dino Compagni a Roma e risalente ai primi anni del IV sec. d.C.

Una scala permette di scendere nel cosiddetto "livello inferiore" dove sono distribuiti kokhim e loculi; in fondo a quest'area si apre un cubicolo doppio, anch'esso ornato di pitture. Entrambi sono decorati con una divisione geometrica ottenuta mediante linee colorate che sottolineano gli arcosolii e su tutte le pareti vanno a circoscrivere i riquadri nei quali sono inserite le varie immagini. Il motivo centrale del soffitto del primo cubicolo, realizzato all'interno di una serie di anelli concentrici, è una Vittoria alata in atto di incoronare un giovane nudo; rispetto al cerchio esterno sono alternate varie figure: pavoni, uccelli e cesti di fiori. I muri sono ornati con pegasi, galli, galline, pavoni e altre specie di uccelli, inoltre vi è dipinto un montone con un caduceo. La figura centrale nella volta del secondo ambiente è rappresentata dalla Fortuna che regge una cornucopia nella mano.

Nell'anello esterno campeggiano figure di pesci, anatre e, tra queste, cesti di fiori; sotto la figura di Fortuna vi sono un ippocampo e due delfini, sul lato opposto alcuni pesci, mentre in ogni angolo vi è un Genio delle quattro stagioni. I muri sono ornati con ghirlande di fiori e uccelli, quello di fondo, ora gravemente danneggiato, presenta la figura di un uomo fra due cavalli e al suo interno sono stati ricavati due kokhim. Attualmente gli affreschi di questi due cubicoli risultano danneggiati dalle infiltrazioni di acqua oltre che dalle numerose firme di coloro che hanno visitato la catacomba a partire dalla scoperta fino a un'epoca relativamente recente.

Molto si è discusso sulle decorazioni di questi ambienti: la controversia è stata incentrata sull'inosservanza al precetto dall'interdizione delle figure; alcuni studiosi sostengono che questa regione era originariamente pagana e che solo successivamente fu intercettata e inglobata nella catacomba, altri invece considerano le stesse giudaiche fin dall'inizio. Considerando che dei due kokhim realizzati nell'ambiente più interno quello di sinistra conserva ancora un discreto spessore tufaceo e la sua realizzazione non ha danneggiato i dipinti e, considerando che nella comunità sepolta a Vigna Randanini si può notare, più che in altre catacombe, un'elevata romanizzazione a livello epigrafico, nulla vieta di ipotizzare che ciò si sia riflettuto anche nell'ambito pittorico.

Queste due stanze, che presentano una decorazione con partiture geometriche resa da linee tracciate sulla parete a fondo chiaro, contengono nei riquadri figure singole tra cui animali, motivi vegetali e antropomorfi, poste sulla parete senza uno sfondo; per il loro stile vengono datate agli inizi del III sec. d.C. Anche in questo caso tali affreschi trovano forti riscontri con le pitture del cortile scoperto di una delle Ville imperiali ad catacumbas e con l'ipogeo degli Aureli, anch'essi datati allo stesso periodo. E' ipotizzabile che queste pitture, più o meno ricorrenti, venissero realizzate copiando dai modelli dei "cartoni" che venivano impiegati dai pittori delle varie botteghe per realizzare un affresco. Si può inoltre pensare che l'elevata romanizzazione degli Ebrei, utilizzatori di questa catacomba, non abbia impedito il riuso dell'ambiente pagano, vista anche la realizzazione dei due kokhim nella stanza più interna. L'intera area della Catacomba di Vigna Randanini è pertanto da ascrivere a un periodo compreso tra la fine del Il e il IV sec. d.C.